Parolacce in pubblico, approvata la multa da 4.200€ per queste parole | Invece con queste non rischi nulla

Si torna a parlare delle parolacce e del loro utilizzo in pubblico, con una nuova legge che prevede multe che possono superare i 4.200 €.
Nel corso degli anni, la giurisprudenza ha cercato di adattarsi alle esigenze dei cittadini italiani, cercando di dare una risposta adeguata a molte problematiche sociali. Un esempio di questo è il modo in cui sono stati gestiti alcuni tipi di reati, che oggi tengono conto anche di nuove realtà come i social network e le chat private tra utenti.
Un esempio pratico che possiamo citare è la diffamazione, un reato previsto dall’articolo 595 del codice penale, che oggi prende in considerazione numerosi aspetti, comprese le conversazioni avvenute su applicazioni di messaggistica o social.
Il tutto non finisce qui, perché un cambiamento significativo è stato introdotto nel 2016, quando il reato di ingiuria è stato depenalizzato ed è diventato solo un illecito civile. Tuttavia, la giurisprudenza ha dovuto affrontare anche un altro tema molto dibattuto: l’utilizzo delle parolacce nel quotidiano e nei confronti di altre persone.
Parolacce in pubblico: cosa è cambiato in questi ultimi anni?
Nel corso degli anni, la diffamazione è stata riconosciuta come offesa solo quando pronunciata in assenza della vittima, ma in presenza di altre due persone che potrebbero fungere da testimoni. Lo stesso principio è stato applicato anche all’uso delle parolacce in pubblico. L’utilizzo di parolacce, infatti, può configurarsi come un reato, ma se non viene pronunciato in un contesto che violi una norma specifica, non sempre risulta punibile.
La conferma di quanto detto arriva dalle varie sentenze della Corte di Cassazione. La prima di queste, datata 2007, riguardava l’utilizzo della parola “vaffanculo”. L’uso comune di questa espressione, infatti, non è più considerato un’ingiuria, e lo stesso vale per altre espressioni come “cazzate”, “rompipalle”, “mi hai rotto i coglioni” e “coglione”.

Cosa succede adesso se usiamo una di queste parolacce?
La risposta a questa domanda può essere positiva o negativa, a seconda del contesto. Se l’offesa viene riconosciuta come tale dal giudice, le parole menzionate in precedenza possono essere oggetto di risarcimento con una sanzione amministrativa che può variare da 200 € a 12.000 €. Come ricorda anche il sito Brocardi.it, esiste il caso di un licenziamento legittimo di un dipendente che, sui suoi social, ha pubblicato commenti ritenuti gravemente lesivi dell’immagine dell’azienda.
Tuttavia, bisogna anche considerare il diritto di libertà di espressione, che è protetto dalla Costituzione, negli articoli 21 e 39, nonostante molte persone considerino queste espressioni volgari e di cattivo gusto.