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Perché dovremmo smettere di utilizzare le bottiglie in PET?

Non è un segreto che il problema della plastica, e dello smaltimento dei rifiuti, necessiti una soluzione sempre più urgente. L’incremento della popolazione terrestre in combinazione con un incessante aumento dei consumi sta mettendo a rischio l’intero ecosistema, come confermato dai punti in programma al recente G20 di Amburgo.

Uno dei settori in cui c’è margine di miglioramento, in termini di produzione di rifiuti, è quello dell’industria dell’acqua. L’utilizzo del PET per l’imbottigliamento potrebbe vedere pesanti riduzioni nel corso dei prossimi anni, se si vuole davvero risolvere (almeno in parte) il problema della plastica negli oceani. Annualmente il business dell’acqua in bottiglia muove 150 mld di euro, senza tener conto di tutto il mercato che si crea attorno alla pubblicità e alle imponenti campagne di marketing effettuate dalle multinazionali.

La percezione che l’acqua in bottiglia sia un bene necessario (e addirittura migliore di qualsiasi acqua sgorghi dai nostri rubinetti) è rinvigorita dai grandi brand, i quali sfruttano ogni occasione per associare la bottiglia d’acqua a ideali di benessere e corretta alimentazione. Grattata questa superficie, fatta di ingenti spese di advertising, si cominciano a percepire le prime falle.

Prendiamo il caso dell’Italia. Il belpaese è la prima nazione europea per consumo di acqua in bottoglia pro capite, terza a livello mondiale (tenendo però conto che Messico e Tailandia non hanno accesso ad acqua potabile). Tutto ciò nonostante la qualità dell’acqua dei nostri rubinetti sia comunque di buon livello, spesso sgorgante a poca distanza da fonti montane, specie a ridosso di Alpi e Appennini. Inoltre, l’acqua corrente deve sottostare a rigidi test. Con questo non si esclude che alcune falde acquifere possano essere state contaminate dopo anni di mala gestione, ma è comunque possibile fare un’analisi gratuita delle acque presso enti locali appositi.

Rimane però un dubbio: l’esteso consumo di acqua imbottigliata può esser legato a una preferenza verso l’acqua gassata, che non è reperibile dai rubinetti? Assolutamente no, dato che il consumo di acqua frizzante in Italia è meno di un terzo del totale. Una panoramica su questo problema, con possibilità di consultare le varie fonti, è stata pubblicata di recente dalla berlinese TradeMachines.

L’impatto sull’ambiente non è comunque ristretto alla sola gestione dei rifiuti, lo stesso processo di produzione del PET lascia un’impronta significativa. L’emissione di CO² derivante da produzione, trasporto e gestione del PET ha un volume tale che, per poter esser compensato, necessita una foresta delle dimensioni della Gran Bretagna. Inoltre, cosa che può risultare a suo modo paradossale, ogni bottiglia da un litro ha bisogno di due ulteriori litri d’acqua per la fabbricazione.

La cultura dell’acqua in bottiglia si è talmente radicata che pare impossibile un ritorno all’acqua corrente. Eppure, logicamente, la bottiglia in PET è un bene di cui potremmo anche non aver bisogno. Dal 1973, anno del brevetto, la bottiglia in PET è divenuta uno degli oggetti più diffusi al mondo, tanto da mettere a repentaglio la salute degli oceani, e della loro fauna, in sole 4 decadi. Sperando che a breve possa essere trovata una soluzione a questo problema, si spera che sempre più consumatori possano prendere coscienza di cosa comporta la produzione di acqua imbottigliata. Non necessariamente un male (si pensi alle zone contaminate), ma troppo spesso un lusso.

Diego Parravano

admin

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