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Taranto al voto: pronti a difenderla dai giochi di potere dei soliti noti?

TARANTO – Liste elettorali ormai chiuse, candidati sindaco al nastro di partenza per conquistare Taranto; inizia la fase finale della giostra delle amministrative: “SIGNORE E SIGNORI, ALTRO GIRO ALTRA CORSA”. Ci ritroveremo senz’altro qui, tra qualche settimana, a commentarne l’esito, ad elezioni avvenute e a cessione di Ilva forse non ancora concretizzata, se non addirittura ulteriormente rimandata.

Potremmo ritrovarci e discutere di occasione persa per la città, nel caso in cui ad uscire vincitore dalle urne fosse la stessa classe politica, più o meno riciclatasi e con qualche volto diverso, complice del degrado sociale ed ambientale attuale. È un’ipotesi non assurda, anzi abbastanza probabile, considerando l’impegno messo in campo da chi è riuscito a realizzare in extremis l’unione di forze disomogenee e distanti fino a pochi giorni fa, ma in grado di fare massa critica pur di vincere e continuare a decidere il futuro-non futuro di Taranto.

È la politica fatta dai professionisti che vince quasi sempre sulle divisioni di chi professionista non è, di chi mette i princìpi davanti alle opportunità, i particolari davanti al quadro d’insieme generale. A Taranto potrebbe riproporsi uno schema abbastanza simile a ciò che avviene a livello nazionale ormai da tanti anni: il sistematico blocco di qualunque progetto di cambiamento che vada contro quel sistema politico-finanziario ormai consolidato che vede l’intesa, più o meno palese, delle forze tradizionali che dell’immobilismo si nutrono.

Taranto è città troppo strategica e troppi interessi muove perché i professionisti della politica la mollino. Il prossimo (se non è un bluff) passaggio di mano di Ilva, gli investimenti che ciò porterà, i denari che arriveranno per le bonifiche e per le cosiddette ambientalizzazioni, gli aiuti statali che faranno lavare la coscienza a qualcuno, il piano ospedaliero che prevede la costruzione del San Cataldo, i fondi per la Città vecchia, saranno terreno fertile e fangoso per il clientelismo e l’affarismo che nelle grandi opere sguazzano.

Tra qualche settimana i soliti noti potrebbero brindare allo scampato pericolo, mentre tutti gli altri, quelli che sfilavano compatti alle manifestazioni per la giustizia e per Taranto libera, potrebbero forse trovarsi a interrogarsi sul perché di una eventuale sconfitta elettorale e a rinfacciarsi vicendevolmente le colpe di una eccessiva frammentazione. Se così fosse, Taranto sarebbe condannata ad altri cinque o forse dieci anni ancora di ulteriore agonia economica, ambientale e sociale: i professionisti della politica infatti non cambieranno programmi e schemi consolidati e ben collaudati in questa città.

Industria, speculazione edilizia, business dei rifiuti e delle discariche, incremento delle attività commerciali legate alla grande distribuzione, continuerebbero ad essere gli assi portanti dell’economia tarantina. Turismo, agricoltura, pesca, cultura, valorizzazione del territorio, resteranno invece ancora elementi marginali del sistema Taranto, chiusi in quella nicchia che non può espandersi perché in antitesi con le scelte imposte alla città.

Il disagio economico e sociale, già presente in larga parte della popolazione, senza un cambio di rotta delle politiche territoriali, tenderà ad aumentare, alimentando in parte quell’economia dell’illegalità diffusa e ormai quasi endemica nella nostra città. Una grande industria destinata, se non chiuderà, a sopravvivere soltanto grazie ad iniezioni artificiose di denaro e a complicate e spesso incomprensibili operazioni finanziarie, lascerà tante famiglie nell’incertezza di un futuro assai difficile da interpretare. Famiglie i cui figli, sempre più spesso, abbandoneranno Taranto, per cercare vite migliori e per uscire dal limbo a cui siamo ormai abituati.

Speriamo che i nostri siano solo cattivi presagi che verranno smentiti nelle urne. Certo, siamo stanchi di parlare di “occasioni perse per la città”. Cominciamo a credere che, tra i sostenitori del cambiamento, vi siano anche i professionisti delle “teorie del cambiamento”, quelli cioè che hanno ormai fatto delle battaglie anti sistema quasi il proprio mezzo di sopravvivenza e a cui, tutto sommato, il vero cambiamento interessa poco. Sono quelli (e non chiedeteci i nomi!) che magari cercano un posticino in Consiglio comunale, una pagina di giornale, quelli che… non si sa cosa avevano fatto prima, quelli che… nel sistema c’erano, quelli che… meglio divisi in più liste che niente. Speriamo che questo mese passi presto e che ci tolga i cattivi pensieri.

Giuseppe Aralla

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