L’Italia che vogliamo passa dalla vittoria del “No”

TARANTO – L’Italia che a tutti i costi deve crescere, produrre, consumare; l’Italia che deve competere nella corsa mondiale dei paesi forti per rimanere tra quelli che contano, tra quelli che possono sedere di diritto al tavolo dei G8: è l’Italia che deve pensare meno e affidarsi all’uomo solo al comando perché così andrà meglio e l’economia crescerà di più. È l’Italia del “SI”, è l’Italia delle stesse persone che hanno voluto la riforma della scuola, la riforma del lavoro, l’abolizione dell’articolo 18.

E’ l’Italia di quelli che ci tolgono i diritti, che ci vogliono tutti precari: è quella del milione e quattrocentomila lavoratori pagati con i vaucher. È l’Italia del governo che sblocca le trivelle, che sblocca la TAV, che sblocca le grandi opere. È l’Italia di quelli che pensano che le garanzie parlamentari facciano solo perdere tempo perché è più facile governare con la maggioranza assoluta, anche se non è la maggioranza degli italiani.

È l’Italia dei poteri forti, delle imprese competitive a livello mondiale, delle banche, della finanza che deve investire e si sa che per investire ci vuole stabilità e basso costo del lavoro. È l’Italia della produzione prima di tutto, prima ancora della salute: è quella dei dieci decreti “salva Ilva”. È l’Italia dell’informazione di regime, di chi sale sul carro del vincitore, tanto di ideali non si vive.

È l’Italia che non ci piace perché pensiamo che la democrazia non si debba intaccare neanche un po’, perché crediamo nel confronto delle idee e nella ricchezza della pluralità. Vogliamo un’Italia che faccia emergere le potenzialità dei giovani esaltando le individualità e le capacità personali e non cancelli loro il futuro con un presente di sfruttamento o disoccupazione. Vogliamo un’Italia che ridistribuisca più equamente la ricchezza, che riscopra la solidarietà tra generazioni, che torni a dare le stesse possibilità al figlio di operaio come a quello del banchiere.

Vogliamo un’Italia rispettosa dei territori, dell’ambiente, perché pensiamo che lo sviluppo debba essere sostenibile. Vogliamo un’Italia libera, pensante, democratica, rispettosa delle minoranze, perché non ci piace il pensiero unico. Vogliamo un’Italia che non disprezzi la politica se questa è onesta, che rappresenta il popolo e non gli interessi delle lobby.

Vogliamo un’Italia che resti Italia e non terra di conquista per le multinazionali. Vogliamo un’Italia dei comuni, delle tradizioni e delle diversità culturali, storiche e paesaggistiche, perché non ci piace uno stato padrone e centralista. Vogliamo un’Italia che non sacrifichi il diritto alla salute e vogliamo una sanità che continui a garantire accesso alle cure a tutti, indipendentemente dal reddito.

La riforma costituzionale su cui ci esprimeremo col referendum del 4 dicembre forse potrebbe rendere più veloce il processo legislativo e la stabilità del governo, ma ci potrebbe togliere un pezzetto di democrazia, soprattutto se abbinata alla nuova riforma elettorale: un partito unico governerebbe e potrebbe far eleggere quasi con i suoi soli voti il Presidente della Repubblica, detterebbe i tempi per l’approvazione delle leggi, potrebbe decidere su questioni di interesse nazionale indipendentemente dal parere delle regioni. È sufficiente questo per farci dire “NO” alla riforma e questo non significa che ci piaccia l’Italia così com’è, ma riteniamo che una eventuale vittoria del “SI” acuirebbe le ingiustizie e le criticità della nostra società.

Giuseppe Aralla

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