Taranto: attenta a non finire nel pentolone

TARANTO – La gallina felice razzolava nell’aia. Erano rimaste prima in cinque, poi in quattro e poi in tre, due e finalmente era sola quel giorno. Aveva tutto il cortile per sé e tanti lombrichini gustosi da beccare. Mmm, che pacchia, pensava, mentre la massaia cominciava a scaldare l’acqua…

Noi non siamo certo galline, ma come tali ci hanno trattati perché la mancanza di conoscenza fa i cittadini più buoni, più accondiscendenti verso il potere e forse più felici. Per anni, a Taranto, non abbiamo saputo cosa respiravamo e cosa accadeva nel nostro territorio, nel nostro mare. Non sapevamo che l’inquinamento ormai stava entrando finanche dentro di noi, dentro le nostre cellule.

Pensavamo che il cielo grigio di smog fosse normale, che quel pulviscolo che ricopriva i palazzi li rendesse addirittura più belli, come se avessero un vestito rosa addosso. Non sapevamo neanche che più gente del normale si ammalava e ci si curava lontano. Per noi è sempre stato normale andare al Nord dove gli ospedali funzionano. Qualche volta, purtroppo qualcuno moriva, ma faceva parte della vita. Spesso sui manifesti veniva scritto in grande “PENSIONATO ITALSIDER”, ed era un vanto perché il lavoro nobilita persino le anime.

Ignoravamo che Taranto fosse così strategica per l’economia, che l’Italia non potesse fare a meno dell’acciaio prodotto in riva allo Jonio. Noi che siamo sempre stati tanto modesti, che quando giungevano gli ingegneri da Genova, eravamo attenti ad imparare come si produce meglio. Che ne sapevamo di diossine, metalli pesanti, benzene e schifezze simili? Che ne sapevano gli operai quando interravano gli oli esausti, i liquidi refrigeranti nelle discariche abusive? Tutto appariva normale, non rappresentava un problema.

Poi, questa Taranto ignorante ha cominciato a capire, un poco alla volta, cosa davvero avveniva. E’ stato come un fiume che rompe gli argini: non c’era modo di fermare l’acqua. Ci hanno provato e ci provano ancora a dire che è normale, che a Taranto dobbiamo produrre e basta perché solo questo ci tocca, perché non sappiamo fare altro. Qualcuno crede ancora che tutto va bene, che nulla può cambiare. Proprio come una gallina incosciente che razzola gaia.

Ma noi dobbiamo evitare di finire nel pentolone. Taranto ha la forza e le potenzialità per liberarsi dal giogo dell’industria a tutti i costi. Bisogna solo crederci, unire le forze di chi lotta per il cambiamento, incoraggiare la crescita dell’economia alternativa e sviluppare tutte quelle idee che la politica ha ormai il dovere di sostenere.

Giuseppe Aralla

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