Giuseppe Romano, segretario della Fiom Taranto, torna invece sul capitolo occupazione nell’indotto: «Abbiamo oltre 400 lavoratori ad oggi licenziati o in mobilità, centinaia sotto ammortizzatore sociale ma la cosa peggiore è che non c’è prospettiva industriale. Questi lavoratori erano i primi che dovevano rientrare per ambientalizzare la fabbrica». Poi traccia la linea da seguire: «L’iter del milleproroghe non ci ha dato ancora risposte ma è evidente che non possiamo aspettare in maniera passiva. Si parla di «integrazione salariale sui contratti di solidarietà» ma Romano non perde di vista la «cosa fondamentale: sullo sfondo abbiamo il rischio concreto di vedere consumarsi macelleria sociale sui lavoratori sia diretti ma soprattutto su quelli degli appalti che pagano sulla loro pelle procedure di licenziamenti e perdita di reddito».
Come sottolinea Valerio D’Alò, segretario Fim, «l’indotto è sempre stato l’anello debole di tutta la catena produttiva, ma l’Ilva si salva nel suo intero». C’è da salvare Taranto che sarebbe diventata «una vera e propria polveriera». D’Alò ricorda: «Dal 2012 rivendichiamo la stessa cosa: non vogliamo una fabbrica a prescindere, ma una fabbrica che sia rispettosa dell’ambiente, della salute e che mantenga i livelli occupazionali. È un progetto ambizioso nel quale crediamo dall’inizio e che continuiamo a portare avanti». Per il segretario Fim infine «ci sono troppe nubi ed è il momento che vengano dissipate».
Nicola Sammali
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