Sebbene, a detta del portavoce cinquestelle, uno scenario incentrato su fonti alternative e efficienza energetica “fosse già una realtà nella nostra regione, i cittadini pugliesi pagano il prezzo di un ripensamento iniziato 2 anni fa da parte del governo Renzi” che, invece di aprire una seconda fase di questa rivoluzione energetica dal basso che puntasse sempre più sull’innovazione tecnologica nei sistemi di accumulo e sulla realizzazione delle smart grid, vuole riportare la nostra regione verso modelli vecchi.
Ad oggi il 50% del fabbisogno elettrico pugliese è già soddisfatto dalla produzione elettrica da fonti rinnovabili e nel 2014 dal punto di vista elettrico la Puglia ha prodotto 38 TWh di elettricità e solo poco più della metà di questa produzione è servita per il consumo interno, mentre il surplus è stato destinato alle regioni vicine. “Proprio questo primato nazionale – dichiara Trevisi – dovrebbe spingere la nostra regione a pianificare una strategia di medio-lungo periodo per l’uscita dalle fonti fossili e inquinanti, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei cittadini pugliesi.”
I ripensamenti “pro fossili” e/o tagli retroattivi al settore della green economy applicati dai governi Monti-Letta-Renzi hanno, infatti, frenato la crescita del settore delle nuove fonti di energia che si era verificata dal 2008 al 2013. Settore che nonostante la crisi aveva fatto nascere tantissime attività imprenditoriali, arrivando fino un valore tra i più elevati del continente europeo. Dopo questo forte boom iniziale molte di queste imprese hanno purtroppo dovuto chiudere o ridurre il proprio personale.
Nel frattempo solo un mese fa il Governo svedese ha dichiarato che la Svezia sarà il primo paese senza combustibili fossili, impegnando così a migliorare concretamente la qualità della vita dei propri cittadini. “Non si tratta – secondo il consigliere salentino – di un caso isolato, ma ormai nel Mondo sono tantissimi le iniziative di disinvestimento dalle fonti fossili. Tale tendenza è anche dimostrata da un prezzo del greggio in continua discesa (sotto i quarantacinque dollari al barile) e dalla necessità di una lotta al cambiamento climatico che non è più possibile procrastinare ulteriormente.”
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