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Ilva: i funerali di Morricella, l’operaio con il cuore dentro le scarpe (Il Manifesto)

L’Ilva di Taranto ferma i motori nel giorno dei funerali dell’operaio Alessandro Morricella, deceduto venerdì scorso al Policlinico di Bari dopo quattro giorni di agonia per le gravissime ustioni di terzo grado riportate sul 90% del corpo. La scelta dell’azienda non è però un gesto di solidarietà verso l’ennesimo operaio vittima del siderurgico più grande d’Europa, né una scelta autonoma. Ma è dovuta all’ordinanza di sequestro preventivo senza facoltà d’uso dell’altoforno 2, la cui gestione è stata affidata a Barbara Valenzano tecnico di ARPA Puglia e già custode giudiziario dell’intera area a caldo dal 2012, emessa ieri dalla Procura di Taranto nell’ambito dell’inchiesta gestita dal pm De Luca, per accertare le cause dell’incidente dello scorso 8 giugno costato la vita all’operaio Morricella. Il reato ipotizzato è di omicidio colposo e sono dieci gli avvisi di garanzia emessi dalla Procura, tra cui il direttore dello stabilimento Cola.

Inizialmente i tecnici dello SPESAL avevano dato 60 giorni di tempo all’Ilva per “adottare tutti i provvedimenti necessari atti ad evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell’altoforno”. La Procura però ha scelto di fermare l’impianto, costringendo così l’azienda  a paventare anche il fermo dell’altoforno 4, che da solo non può reggere l’intero ciclo produttivo visto che gli altri due altiforni, l’1 e il 5, sono fermi per lavori di manutenzione.

Ieri, come detto, si sono svolti a Martina Franca, i funerali dell’operaio Morricella. Le esequie si sono svolte nel palazzetto dello sport ‘PalaWoytyla’, per garantire il massimo afflusso di persone e perché Morris, così lo chiamavano in tanti, era molto conosciuto per essere un giocatore d calcio a 5: sul quel parquet aveva giocato decine di volte. Non è un caso se in uno striscione campeggiava la frase di una canzone di De Gregori: “e allora mise il cuore dentro le scarpe e corse più veloce del vento”. Migliaia ieri i partecipanti al funerale: parenti, amici, conoscenti, cittadini accorsi da tutta la Valle d’Itria.

E poi tanti operai, colleghi di lavoro, sindacalisti, politici, parlamentari, i sindaci di vari paesi, il prefetto di Taranto e il neo eletto governatore della Regione Puglia Michele Emiliano. In molti l’hanno definita una morte assurda, inconcepibile, inaccettabile. Anche e soprattutto perché si tratta di un operaio giovane (il quinto decesso dall’estate del 2012), sposato e padre di due figlie di 6 e 2 anni. E perché ancora oggi, in pieno 2015, le morti sul lavoro appaiono un vero e proprio ossimoro per un paese del G7 e che punta forte su una presunta ripresa economica attraverso il lavoro giovanile. In realtà, c’è poco di cui sorprendersi. Visto che parliamo del più grande siderurgico d’Europa dove manca da anni la manutenzione ordinaria e straordinaria. Visto che ancora oggi sono pochissimi gli interventi di risanamento partiti nell’area a caldo. Visto che l’Ilva, non da oggi, è una roulette russa che può colpire in qualunque momento e in qualunque reparto senza alcun preavviso.

Non è un caso se oltre all’inchiesta della Procura (che indaga le esatte dinamiche di quanto accaduto e le responsabilità), siano ben due le inchieste interne avviate dall’azienda. Una sull’altoforno 2 attraverso la consulenza di tecnici specializzati fatti venire dall’Italia e dall’estero, per cercare di capire cosa abbia determinato la fiammata e la fuoriuscita violenta della ghisa, considerato che il prelievo del materiale per la temperatura è un’operazione che viene svolta da sempre ogni giorno su tutti gli altiforni e che un incidente del genere non si era mai verificato sino ad oggi nella storia dell’Ilva. La seconda indagine, alla quale invece stanno lavorando esperti universitari, riguarda le caratteristiche e l’idoneità degli indumenti di protezione usati dal personale Ilva addetto ai piani di colata degli altiforni. Infine, sempre ieri la Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a 6 anni e mezzo di carcere per Fabio Riva, figlio dell’ex patron dell’Ilva Emilio, per la vicenda della presunta truffa ai danni dello Stato da circa 100 milioni di euro. Confermate anche la confisca di 91 milioni di euro e la provvisionale da 15 milioni di euro a favore del Ministero dello Sviluppo economico.

Gianmario Leone (Il Manifesto)

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