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Ilva: una resa pilotata e studiata, mentre la storia fugge via

TARANTO – Se Fabio Riva ha deciso di consegnarsi “spontaneamente” alle autorità italiane, è perché avrà avuto tutte le garanzie del caso. Siano esse dovute alla nuova legge sugli ecoreati approvata di recente dal parlamento, sia quella approvata lo scorso 27 aprile e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’8 maggio, la legge 47/2015, la cui modifica prevede il “carcere come extrema ratio: la custodia in carcere diventerà l’ultima misura possibile da applicare, soltanto se altre misure coercitive (anche applicate cumulativamente) vengono ritenute impraticabili, misure quali gli arresti domiciliari, o misure interdittive. Viene quindi esclusa l’applicazione automatica della custodia cautelare. La presunzione di idoneità è ora limitata ai soli delitti di associazione sovversiva (art. 270 c.p.), associazione terroristica, anche internazionale (art. 270-bis c.p.) e associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.)”. Sia quelle concordate dai suoi legali con la autorità italiane e le Procura di Taranto e Milano.

Di questo, a Taranto, in pochi sembrano averlo capito. Ma ciò che più lascia basiti è che questa città, in particolar modo negli ultimi tre anni, pare non aver fatto alcun passo in avanti in fatto di maturità e crescita della coscienza collettiva. Assistiamo ad una sorta di linciaggio mediatico, condito da insulti, minacce, violenza verbale, il tutto condito da un’acredine e una cattiveria, che a nulla serve. Ed è tra l’altro vigliacca e profondamente antistorica. Visto che se i Riva hanno fatto tutto ciò di cui sono accusati, è soltanto grazie a chi glielo ha permesso: ovvero i tarantini in primis. Il 90% di quelli che oggi gridano, strepitano, s’indignano e fanno i leoni da tastiera sui social network, siano al 26 luglio 2012 erano “dormienti e silenti”. E dopo tre anni, non si è stati in grado di costruire nulla, dalla politica alla società civile, perché imbevuti di arroganza, presunzione, ignoranza e quant’altro. Poco tempo fa il direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, mi disse: “Dottor Leone, il problema di Taranto e dell’Ilva è a Roma”. Io continuo a pensare che il problema sia prima di tutto in noi, tutti noi. Ad maiora.

Gianmario Leone

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