Cozze di Taranto alla riscossa? Quelle del secondo seno pronte per la Categoria A
Questa terza ipotesi, per molti è stata individuata come la migliore modalità d’intervento sui sedimenti inquinati del Mar Piccolo. Non da tutti però. Perché come vedremo nei prossimi giorni, in alcuni ambienti da tempo si parla di far diventare il bacino interno, ovviamente dopo aver individuato tutte le fonti inquinanti ed averle messe in sicurezza, un’area marina protetta, trasformandola in un grande acquario a cielo aperto e trasformandola in un’attrazione naturale e turistica per tutto il mondo, vista l’incredibile quantità di biodiversità presente nelle acque del Mar Piccolo.
Evoluzione (assistita) del sistema ambientale
Con il termine “attenuazione naturale” si fa riferimento ai casi in cui il risanamento/bonifica di un sito contaminato si basa sulla capacità potenziale che hanno i processi naturali, in esso presenti, di intaccare la contaminazione riducendone la concentrazione (US-EPA, OSWER-Directive9200:4-17P).
I processi coinvolti includono aspetti di tipo fisico, chimico e/o biologico che, sotto condizioni favorevoli, agiscono senza l’intervento antropico per ridurre la massa, la tossicità, la mobilità, il volume e le concentrazioni degli inquinanti nelle matrici compromesse. Questi processi in situ includono la biodegradazione, la dispersione, la diluizione, l’adsorbimento, la volatilizzazione, la stabilizzazione chimica o biologica, la trasformazione o la distruzione dei contaminanti.
L’Environmental Protection Agency (EPA, (più precisamente l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) attribuisce a questa modalità di intervento il ruolo di opzione di bonnifica in diversi casi: quando la sorgente della contaminazione sia stata rimossa; quando i processi di diluizione o di sedimentazione si realizzino con tempistiche “ragionevoli”, in funzione degli aspetti ambientali e socio-economici considerati; quando i sedimenti non subiscano movimentazioni legate ad attività umane o naturali se non quelle (eventualmente) collegate all’intervento; e quando le azioni di bonifica “canoniche” (dragaggio, capping) risultino eccessivamente impattanti dal punto di vista ecologico ed economico.
Talvolta, si tiene a precisare nello studio per evitare possibili fraintendimenti, l’attenuazione naturale è associata erroneamente all’approccio “non fare nulla” (o ipotesi zero) nel procedimento di bonifica di un sito contaminato. In realtà, essendo l’attenuazione naturale un procedimento con cui i processi naturali intervengono trasformando i contaminati presenti verso composti ambientalmente meno reattivi, la scelta di questa opzione di bonifica va di pari passo con la progettazione di un attento e puntuale piano di verifica e monitoraggio di tali processi naturali di rimedi azione (monitoring natural attenuation, monitoraggio di attenuazione naturale), piuttosto che sull’uso di processi ingegnerizzati (come ad esempio viene classificato il capping) o di rimozione (come il dragaggio).
Prima di poter proporre tale approccio, pertanto, è importante avere il quadro ambientale e sito specifico ben chiaro, sia dal punto di vista delle componenti che delle dinamiche e dell’evoluzione, in modo tale da valutare la fattibilità di tale processo e la sua possibilità di successo sia dal punto di vista tecnico sia da quello temporale.
Inoltre, avverte lo studio, se si decide di procedere lungo tale strada, occorre verificare che, i processi di attenuazione naturale non comportino, prima del loro innesco efficace, la presenza prolungata dei contaminanti medesimi e non contemplino la formazione di eventuali prodotti intermedi della decontaminazione che risultino ugualmente tossici per l’ambiente circostante e che, quindi, nel complesso il rischio ambientale (e sanitario) ad essi associato sia in qualche modo prevedibile ed accettabile.
Altri aspetti che vanno opportunamente considerati per la decisione finale, e che quindi faccia propendere per questa ipotesi di intervento, sono rappresentati da un lato dall’assenza di potenziali recettori sensibili (flora e fauna acquatica protetta, l’uomo) nell’area oggetto degli interventi e/o in zone contigue ed analogamente interessate, e dall’altro da aspetti che coinvolgono le limitazioni d’uso dell’area, che potrà essere riutilizzata non prima che sia stata completamente decontaminata (es. limitazioni al traffico navale in termini di traiettorie, velocità, pescaggi consentiti, limitazione di acquacoltura).
Un’ipotesi di attenuazione naturale potenziata, che intervenga migliorando le tempistiche e l’efficienza di attuazione dei processi naturali, può prevedere quindi un intervento “assistito” da parte dell’uomo che migliori, potenzi e/o induca gli stessi processi chimico-fisici e biologici (biodegradazione, adsorbimento, reazioni chimiche, dispersione e diluizione, ecc.).
Questo tipo di opzione potrebbe coniugare e mutuamente soddisfare sia esigenze di tipo ecologico-ambientali, progettando un intervento per alcuni aspetti meno invasivo (come invece potrebbe essere un intervento di dragaggio o di capping) e maggiormente sostenibile, sia aspetti di ordine sociale ed economico, coinvolgendo nell’attuazione degli interventi anche altri portatori d’interesse che fin dalla stessa realizzazione dell’intervento possono trarre un lecito profitto.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 21.11.2014)
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