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Ilva, un prestito per sopravvivere

Per provare ad arrestare l’irreversibile crisi finanziaria dell’Ilva, il governo è pronto ad intervenire con un nuovo decreto che il Consiglio dei Ministri pare intenzionato a varare entro l’11 luglio. E che andrà ad implementare quanto previsto dalla legge n. 6 approvata lo scorso febbraio. In pratica l’esecutivo ha convinto le banche, Intesa San Paolo, Unicredit e Banco Popolare, a concedere alla società un prestito ponte, attraverso il meccanismo della prededuzione (come abbiamo riportato più volte su queste colonne negli ultimi tempi). La conferma è arrivata ieri dallo stesso ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, dopo l’incontro avuto nella serata di giovedì a Roma con i sindacati metalmeccanici.

Gli istituti di credito infatti, hanno sin da subito posto come condizione che la linea di liquidità straordinaria fosse posta in prededuzione (lo stesso dissero all’ex commissario Bondi quando quest’ultimo chiese loro di finanziare il piano industriale): ovvero ottenendo una sorta di corsia preferenziale nella riscossione del credito vantato, rispetto agli altri debiti contratti dalla società. Senza fare troppi giri di parole, è chiaro che il prestito si è reso necessario come ultima spiaggia per evitare il fallimento dell’Ilva: gli stipendi di giugno saranno regolarmente retribuiti, anche se monchi del premio di produzione che per gli operai è una sorta di quattordicesima.

Che sarà corrisposta nel mese di agosto insieme agli stipendi di luglio. Senza il prestito delle banche dunque, tutto questo sarebbe stato impossibile vista la totale assenza di liquidità nelle casse della società. Secondo l’azienda, quella del taglio di quattordicesima e premi di produzione (circa 1000 euro in meno in busta paga) sarebbe stata “una misura necessaria” per consentire l’acquisto di ricambi per lo stabilimento di Taranto: si tratta di quasi 20 milioni di euro per ora non versati a oltre 15mila lavoratori.

Inoltre, le risorse che arriveranno dagli istituti di credito, non meno di 3-400 milioni di euro (ma c’è chi parla anche di una cifra maggiore, vicina ai 700 milioni di euro), serviranno all’Ilva per tornare a pagare le ditte dell’indotto e dell’appalto del siderurgico tarantino, che vantano crediti per oltre 46 milioni di euro. Così come saranno pagati i fornitori, che negli ultimi mesi avevano ridotto notevolmente i rifornimenti di ferroleghe, fattore che ha comportato l’ulteriore rallentamento dell’attività produttiva. In pratica ciò consentirà all’azienda di restare in vita sino a dicembre.

Nonostante le rassicurazioni del governo però, il clima nei vari stabilimenti Ilva resta molto teso. A Taranto sono in corso da giorni le assemblee di fabbrica, dove si sono vissuti momenti di scontri accesi tra operai e sindacati. A Genova i lavoratori sono scesi in piazza per due giorni consecutivi, bloccando la stazione e arrivando allo scontro con le forze dell’ordine all’esterno della Prefettura. Con la situazione che resta di massima allerta, visto che il 30 settembre scadranno i contratti di solidarietà per 1.450 lavoratori sugli attuali 1.740. Situazione ancora più delicata per gli operai dello stabilimento Ilva di Patrica, nel Frusinate, dove da martedì è partita la mobilità per 70 unità.

In tutto questo scenario, scompare all’orizzonte il piano ambientale, la cui applicazione è rinviata a data da destinarsi. L’unico compito del commissario Ilva Piero Gnudi sino a dicembre (rispetto a Bondi, Gnudi non ha compiti di gestione industriale dell’azienda, tanto è vero che l’Ilva ha richiamato personaggi come l’ing. Giancarlo Quaranta per la gestione della stessa), sarà quello di riuscire a trovare soci che vadano a formare il nuovo azionariato dell’Ilva Spa: altrimenti dal 1 gennaio 2015 il futuro del più grande siderurgico d’Europa sarà inevitabilmente segnato più di quanto non lo sia già oggi.

Gianmario Leone (TarantoOggi, 05.07.2014)

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