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Ilva, futuro senza lavoro?

TARANTO – Si è svolta ieri all’Ilva, con una replica che si ripeterà quest’oggi, la riunione delle Rsu, Rappresentanze sindacali unitarie, per decidere sulle modalità di attuazione dei contratti di solidarietà nelle aree officine, servizi e staff secondo le nuove richieste fatte dall’azienda nei giorni scorsi. Come riportato in questi giorni, l’Ilva ha infatti chiesto che questo personale, il cui orario di lavoro è dalle 7 alle 16 con un’ora di pausa pranzo, lavori un’ora in meno al giorno e termini alle 15.

L’ora non lavorata non sarà ovviamente più pagata dall’Ilva ma, col regime della solidarietà, andrà in carico all’Inps che la coprirà al 70% (e non più all’80% come avveniva in passato a causa dei tagli imposti dalla Spending review). In questa prima fase si calcola che siano 2.500 i dipendenti Ilva che lavoreranno un’ora in meno al giorno, cui da giugno si dovrebbero aggiungere altri 2.500 addetti alla manutenzione degli impianti, tutti lavoratori il cui arco di impegno è nel primo turno: anche se al momento non ci sono cifre ufficiali. Anche perché il vero timore è che a breve possano essere toccati dal discorso solidarietà anche reparti sino ad ora “immacolati”.

Alla solidarietà si aggiungerà anche il taglio dello straordinario, in tutti quei casi non strettamente necessari (anche se diversi operai, a fronte della solidarietà richiesta di cui sopra a migliaia di colleghi, stanno effettuando straordinari in questo momento). Ai sindacati l’Ilva ha parlato di azzeramento anche per quanto riguarda la questione delle ferie accumulate negli scorsi anni e in quelle accumulate sino ad ora: andranno tutte smaltite. Questione, quest’ultima, che riguarderà tutti e gli 11.400 lavoratori del siderurgico. Non tutti in blocco, ma reparto per reparto con un calendario che deve essere ancora stabilito.

Obiettivo di tutti questi provvedimenti è ovviamente quello di ridurre l’esborso dell’azienda che vive una grave crisi di liquidità. Ma ciò che sta accadendo, come ripetiamo da un anno a questa parte oramai, è soltanto l’inizio: queste iniziative prese dall’azienda quasi certamente troveranno la loro ragion d’essere nel famoso piano industriale del commissario Enrico Bondi. Il quale, al di là del futuro e attualmente improbabile aumento di capitale e degli eventuali e futuri lavori di risanamento degli impianti inquinanti (anch’essi altamente improbabili), sa molto bene che l’Ilva così com’è adesso non potrà comunque più esistere. Sia a livello di addetti che a livello di impianti: l’obiettivo sarà quello di avere un siderurgico più piccolo, con il minor numero possibile di lavoratori in ogni singolo reparto.

Potrebbe scattare già dal 9 maggio invece (come abbiamo riportato già ieri), il licenziamento di 57 dei 179 vigilanti dell’Ilva. Il 9 scade infatti la procedura di mobilità avviata dall’azienda dopo la dichiarazione di esubero. Anche se la stessa ha per legge altri 120 giorni di tempo per “ripensarci”. Ma le probabilità che ciò avvenga sono praticamente nulle. Sia come sia, la verità è che l’accordo che azienda, Fim e Uilm avevano raggiunto (insieme alla Provincia che pare poi abbia premuto sui due sindacati per togliere la firma allo stesso), prevedeva un ricatto ignobile nei confronti dei lavoratori, che sapeva quasi di estorsione: “o firmi l’accordo oppure sarai licenziato”. Lo ripetiamo da tempo: il peggio deve ancora venire.

 Gianmario Leone (TarantoOggi, 06.05.2014)

 

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