Si tratta di un milione e 700mila tonnellate fra prodotti finiti e semilavorati, valore compreso tra 800 milioni e un miliardo di euro. Su questa materia l’Ilva aveva gia’ presentato ricorso nelle settimane addietro alla Procura, chiedendo, in base alla legge 231 del 2013, lo sblocco dei prodotti alla stregua di quanto avvenuto per gli impianti dell’area a caldo reimmessi nella disponibilita’ dell’azienda ai primi di dicembre, cioe’ qualche giorno dopo il varo del decreto 207 che poi ha dato origine alle legge di conversione 231.
La Procura, pero’, respinse la richiesta dell’Ilva e rimise gli atti al gip Patrizia Todisco, la quale, cosi’ come i pm, espresse parere negativo. A quel punto l’Ilva fece appello al Tribunale del riesame che, esaminando la richiesta aziendale, sospese il giudizio osservando che bisognava attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale in merito alla legge, Corte chiamata a vagliare le eccezioni di incostituzionalita’ presentate dai giudici di Taranto.
Poiche’ la Consulta si e’ pronunciata lo scorso 9 aprile dichiarando che la legge 231 e’ costituzionale e che le eccezioni dei giudici di Taranto sono respinte perche’ in parte inammissibili e in parte non fondate, l’Ilva ieri aveva quindi presentato un nuovo ricorso al Tribunale dell’appello, evidenziando stavolta l’avvenuto pronunciamento della Corte Costituzionale. Ma il Tribunale dell’appello oggi ha rigettato il ricorso dell’Ilva. Da rilevare infine che nei giorni scorsi a fronte di una richiesta di dissequestro avanzata dall’Ilva a valle del via libera alla legge da parte della Consulta, pm e gip avevano gia’ ritenuto di non doverla accogliere in quanto non sono state ancora depositate le motivazioni con cui la stessa Consulta dichiara costituzionale la legge sull’Ilva (Fonte: Agi).
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