Il provvedimento di ieri ha quindi accolto l’appello proposto dalla Procura di Taranto, ripristinando lo scenario disegnato dalla giudice Todisco con i decreti adottati dal gip il 10 e 11 agosto scorso. Ma la situazione potrebbe nuovamente cambiare, visto che contro l’ordinanza del GIP, i legali dell’Ilva hanno già depositato ricorso in Cassazione. Con le ordinanze dello scorso agosto, il gip rimarcò gli incarichi e le responsabilità dei custodi giudiziari, revocando la nomina di Ferrante per “evidente conflitto di interessi”. I giudici hanno quindi confermato la correttezza di quei provvedimenti, perché il tribunale del Riesame, tecnicamente, non poteva essere giudice d’esecuzione di un suo stesso provvedimento e quindi non poteva scavalcare il gip che è l’autorità giudiziaria competente sul sequestro, in quanto lo stesso giudice che ha emesso il provvedimento. La Todisco decise per l’esclusione di Ferrante dopo quest’ultimo, nel ruolo di presidente Ilva, comunicò alla stampa di aver dato mandato all’ufficio legale di impugnare i provvedimenti del gip: atteggiamento che fece venir meno il rapporto di fiducia fra l’autorità giudiziaria e lo stesso Ferrante.
Nelle 11 pagine del provvedimento depositato ieri, si legge che qualora non venisse sospeso il provvedimento del Riesame, si creerebbe uno stato di impasse (che in realtà esiste proprio da quel 28 agosto), perché verrebbero meno le competenze specificate dal gip “di vitale importanza per la salute dei lavoratori e della popolazione”. Sulla doppia nomina di Ferrante, si legge che “non v’è dubbio che poteva dare luogo a problemi di mera opportunità nel rispondere a pretese in contrasto fra loro o difficilmente conciliabili”. Non è un mistero infatti come nei giorni scorsi, più volte i custodi giudiziari abbiano denunciato alla Procura, l’ostruzionismo di Ferrante nel rendere operativi i provvedimenti notificati all’azienda negli ultimi due mesi.
Ed infatti, nel testo si legge che il presidente Ilva “ha dimostrato, pur presentando ricorsi legittimi, discutibile e scarsa disponibilità a collaborare con l’autorità giudiziaria, palesata soprattutto in maniera chiara con la volontà o quantomeno l’interesse, a proseguire l’attività produttiva, che darebbe luogo a protrazione o aggravamento di conseguenze dannose di reato, giunte, invero, già a livelli allarmanti”. Il doppio ruolo ricoperto fino a oggi da Ferrante, hanno concluso quindi i giudici, “pregiudica la serena e compiuta esecuzione del sequestro ed introduce il rischio serio e concreto della possibile prosecuzione dell’attività produttiva”. Del resto, il sequestro non ha mai previsto la facoltà d’uso degli impianti ai fini produttivi.
Gianmario Leone (Il Manifesto, 26 ottobre 2012)
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