Sono eroiche le famiglie che arrivano faticosamente alla fine del mese, grazie anche ad un secondo lavoro, magari in nero, che oggi serve più dell’ossigeno a sfamare la prole; sono eroine le mogli degli operai dell’Ilva che si ribellano ad un inquinamento che uccide, anche se la mancanza di lavoro potrebbe intossicare una vita già ai limiti della sopravvivenza. Purtroppo però è diventato maledettamente difficile trovare eroi nella politica. Impossibile scovare parole, tra chi di mestiere dovrebbe tutelare l’interesse del Paese, che stigmatizzano il comportamento tenuto dall’Ilva in questi anni. Forse perché le intercettazioni stanno togliendo il velo su ciò che accadeva nei piani alti dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, smascherando più di qualche altarino. Tanto che neppure la Chiesa n’è uscita senza macchia. In ogni ambito, ecco le mosse sbagliate che accendono i riflettori su un Paese che sta andando a rotoli a causa di un malcostume dilagante che, da Nord a Sud, non risparmia nessuno.
Lavoro – Soli contro tutti: l’Apecar è diventato il simbolo della rivolta degli operai. Una tempesta che travolge in maniera trasversale il mondo sindacale, colpevole, secondo gli operai, di essere diventato una categoria autoreferenziale. L’osservazione che aggiungo, in veste di cronista e di persona abituata da anni a ricercare un lavoro, ormai non più indeterminato, è: ho vissuto a Taranto fino a 28 anni e non sono mai riuscita nell’ardua impresa di trovare nei tradizionali canali di ricerca lavoro (giornali locali, agenzie interinali, collocamento) un annuncio che riguardasse l’Ilva. Eppure gli oltre 11mila operai saranno stati assunti tramite selezione, in risposta ad un annuncio di richiesta di manodopera. Ecco forse il sindacato avrebbe dovuto vigilare maggiormente anche sulle modalità d’ingresso perché nonostante si tratti di un’azienda privata, si doveva garantire, ad una città che ha pagato, e continua a farlo, un prezzo troppo alto, almeno trasparenza nelle modalità di accesso. E invece il silenzio, di tutti i principali soggetti istituzionali, porta ad insinuare il dubbio che una grande azienda (del nord) abbia adottato quell’odioso metodo clientelare che ha intossicato non solo il povero meridione, ma oramai l’intero stivale.
Salute – E’ diventato un argomento molto in voga nei Palazzi romani. Come se la curva ascendente dei malati di tumore si fosse impennata a Taranto improvvisamente. E invece la morte ha investito già più di una generazione, per questo bisognerebbe usare maggiore cautela nel snocciolare cifre che celano dolore e sofferenza. Tra i rimpalli dei numeri, mi ritorna in mente la proposta che l’Ilva aveva avanzato durante una delle tante conferenze stampa, durante le quali aveva sempre ignorato le istanze dei tarantini. Ritorno al periodo in cui si discuteva animatamente dei fondi da destinare al registro dei tumori, lo strumento scientifico che serve a codificare le morti di tumore ed a individuare una (eventuale) connessione con gli agenti inquinanti presenti nell’aria di Taranto. Ebbene l’Ilva si proponeva di finanziare questo progetto, ignorando l’evidente invasione di campo. Come se nulla fosse, i dirigenti dello stabilimento siderurgico ci rimasero persino male al rifiuto secco e risoluto dell’Asl. Eppure volevano solo contribuire al benessere dei cittadini. Un po’ come la bizzarra iniziativa della lotta al fumo, solo di sigaretta s’intende, che hanno portato avanti nei mesi scorsi: il tutto puzza di quell’antipatico perbenismo, di tradizione americana, che non consente ad un condannato a morte, nell’ultimo miglio verde, di fumare perché nuoce alla salute.
Fortunatamente non tutti i giornalisti si possono comprare e così l’Ilva ha iniziato ad avvalersi di comunicatori “esperti”; in realtà, a parte il responsabile, Andrea Rogazione, gli altri sono tutti giovani presi all’interno del siderurgico che dimostrano di avere una qualche affinità con la materia. Pian piano arrivano, grazie anche all’aiuto di un’agenzia esterna milanese, a realizzare la rivista il Ponte, ora distribuita gratuitamente in tutte le edicole, che nell’intenzione originaria avrebbe dovuto alimentare un dialogo con la cittadinanza, ma che di fatto diventa ben presto megafono delle tesi aziendaliste. La sensazione che si avverte, confermata dalle intercettazioni effettuate dalla Guardia di Finanza, nell’ambito dell’indagine “Ambiente Venduto”, è che il linguaggio usato dall’Ilva sia stato un altro.
Fabiana Di Cuia
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