Per i profani, con l’acronimo NIMBY (che sta per “Not In My Back Yard”, traduzione letterale “Non nel mio cortile”) si indica l’ atteggiamento di chi protesta contro opere di interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite. Tale sindrome, per l’Ilva e il suo Centro Studi, è “sempre più diffusa tra le comunità locali che si rifiutano di accettare opere che, si suppone, possano generare problemi ambientali sul territorio interessato”. Dunque, l’intera provincia di Taranto per i guru del CSI, è affetta da questa nuova e preoccupante sindrome, che sta alla base delle proteste di tutti coloro che si dicono contro, ad esempio, alla nuova centrale Enipower, o al progetto Eni Tempa Rossa, o al la nuova Cementir con annesso inceneritore, o alla riattivazione di quello E.CO.DI., o al raddoppio di quello dell’Appia Energy, così come per quello dell’AMIU, per non parlare poi delle polemiche sugli impianti industriali, a cominciare proprio dall’Ilva, in merito all’impatto sull’ambiente e sulla salute. Che però, a sentire il Centro Studi Ilva, sono soltanto mere supposizioni.
Come se non bastasse però, negli ultimi tempi si è affacciata una nuova e forse più preoccupante sindrome, almeno per quanto concerne gli interessi della grande industria. Parliamo della sindrome NIMTO (acronimo che sta per “Not In My Term of Office”, traduzione letterale “Non durante il mio mandato elettorale”), reazione comportamentale che, a dire sempre del CSI, “sta sempre più coinvolgendo le istituzioni delegate a decidere sulla realizzazione di importanti opere pubbliche e private, sull’onda della prima sindrome, perché la decisione potrebbe incidere sul consenso popolare e mettere a rischio il gradimento dell’elettorato”. Sindrome che senza ombra di dubbio non ha ancora contagiato i nostri politici, né i sindacati o enti come Confindustria e Camera di Commercio, sempre pronte e prone ad assecondare ogni esigenza, o forse sarebbe meglio dire pretesa, della grande industria.
Lo dimostra la recente richiesta di Confindustria Puglia all’ente Regione: si chiama “bollino blu della burocrazia 0”, perché “chi programma investimenti ha bisogno di tempi certi e il legislatore, in questo caso la Regione Puglia, è chiamata ad assicurarli”. Tra le righe, anche se non si ha il coraggio di dirlo, la richiesta è molto semplice: zero cavilli burocratici, zero contrattempi dovuti a proteste dei cittadini o associazioni ambientaliste. Ciò che “stranamente” manca nel programma del nuovo evento-incontro del Centro Studi Ilva, è spiegare cosa c’è alla base del fenomeno NIMBY: soprattutto in Italia e in un territorio come quello di Taranto. Perché si dia il caso che esiste una legge, la 2001/42/CE, che invita gli amministratori a consultare e aggiornare preventivamente i cittadini, nel caso di interventi a impatto ambientale sul territorio.
A tal proposito, secondo quanto riportato dal primo “Convegno Nazionale Nimby Forum”, in Italia solo nel 3% dei casi sono state avviate iniziative di ascolto nei confronti delle comunità locali prima dell’inizio dei lavori. E chissà se i nostri amici del CSI, parleranno anche della degenerazione estrema della sindrome NIMBY, per cui viene utilizzato il simpatico acronimo BANANA che sta per “Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything”: “Non costruire assolutamente nulla in alcun luogo vicino a qualunque cosa”. Sindrome da cui noi, molto probabilmente, siamo irrimediabilmente affetti.
Gianmario Leone (dal TarantoOggi del 19 giugno 2012)
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