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Amianto, il killer silenzioso uccide ancora chi lavorava all’Ilva e all’Arsenale

TARANTO – Il mesotelioma pleurico, cancro causato dall’esposizione all’amianto, è un nemico estremamente ostico: il tasso di mortalità, infatti, si aggira intorno all’80%. Negli ultimi anni, però, i progressi ottenuti nella diagnostica e nella terapia, compreso un nuovo approccio radioterapico, hanno aperto nuovi spiragli. Alcuni studiosi ipotizzano che tale patologia possa cominciare a scomparire intorno al 2050. Ma al di là delle previsioni, quel che emerge oggi è la necessità di consolidare una rete di specialisti in grado di combattere efficacemente questo tumore e soddisfare al meglio le esigenze dei pazienti.

Nasce con questa consapevolezza, il progetto “Mesotelioma Pleurico”, organizzato dal Fonicap, che prevede la realizzazione di un corso di aggiornamento interdisciplinare itinerante. Dopo la tappa di Cosenza, nei giorni scorsi è stata la volta di Taranto. Nella sala “Europa” dell’hotel Delfino sono intervenuti esperti provenienti da tutta Italia, che hanno aggiornato i medici, gli infermieri e i tecnici di radiologia presenti su diagnosi, terapie farmacologiche e radioterapia.

«A Taranto l’esposizione all’amianto è avvenuta soprattutto all’interno del siderurgico e dei cantieri navali, in particolare nell’Arsenale – ha spiegato al Corriere il dottor Giovanni Silvano, direttore del corso e responsabile di radioterapia nell’ospedale Moscati – i dati epidemiologici del 2000 hanno evidenziato un incremento della mortalità per mesotelioma pleurico del 400% rispetto allo standard nazionale. Si tratta, purtroppo, di una neoplasia in crescita, che emerge dopo un periodo di latenza di 20-40 anni. I suoi effetti, quindi, continueranno a manifestarsi in tutta la loro gravità anche nei prossimi anni».

Ma quali speranze possono nutrire coloro che vengono colpiti da questo tumore? «Se preso precocemente, grazie ai trattamenti integrati di chemioterapia, chirurgia e radioterapia – ha spiegato il dottor Silvano – si riesce ad ottenere una sopravvivenza di due anni nel 40% dei casi. Il nostro progetto ha proprio l’obiettivo di portare la conoscenza sulla patologia in tutta Italia ed informare sulle nuove possibilità di cura».

Con l’intervento del dottor Oliviero Capparella, dirigente medico dell’ospedale Ss. Annunziata, l’attenzione si è spostata sui dati elaborati da “Sentieri” (Studio Epidemiologico Nazionale Territori e Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), il progetto coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e promosso dal Ministero della Salute,  che ha fatto emergere chiaramente un eccesso di mortalità a Taranto e Statte per tutti i tipi di tumore.

«E’ auspicabile la realizzazione di studi analitici per meglio definire le motivazioni (facilmente intuibili) di questo eccesso di mortalità e capire quali sono le tipologie tumorali prevalenti». Per il  dottor Capparella, quindi, bisogna andare oltre il registro tumori, attualmente in fase di realizzazione: «Per dimostrare la correlazione tra neoplasie e inquinanti occorrono analisi più approfondite, che potrebbero implicare successivamente delle valutazioni politiche».

Un percorso ritenuto fattibile anche dal dottor Silvano: «Ormai conosciamo benissimo quali sono le fonti inquinanti e come avviene la dispersione delle sostanze nell’ambiente. E’ possibile condurre degli studi ad hoc per misurare l’incidenza delle neoplasie tra i lavoratori che operano nella grande industria e nella popolazione maggiormente esposta ai fumi».

Entrambi i medici si aspettano un maggior impegno in questa direzione da parte del Governo e degli organismi nazionali, chiamati ad una grande responsabilità: non dimenticare l’emergenza sanitaria tarantina.

Alessandra Congedo – Corriere del Giorno

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